Il settore europeo della difesa si trova ad affrontare uno scenario di minacce in rapida evoluzione. Nel 2024 la spesa per la difesa dell’UE ha raggiunto i 343 miliardi di euro, con un incremento del 19% su base annua. Anche gli investimenti nella difesa sono aumentati, passando da 51 miliardi di euro nel 2021 a 106 miliardi nel 2024: un livello record. Questa accelerazione riflette la portata e la rapidità del riarmo europeo, segnando una netta discontinuità rispetto a decenni di stagnazione e sotto investimento successivi alla Guerra Fredda, quando la maggior parte degli Stati membri dell’UE destinava alla difesa meno del 2% del PIL.
Il contesto strategico è cambiato in modo radicale. La guerra della Russia in Ucraina, l’ascesa strategica della Cina, la crescita delle minacce ibride, la frammentazione geopolitica e i segnali di un minore impegno degli Stati Uniti nella sicurezza europea stanno imponendo un ripensamento profondo della prontezza della difesa. La questione centrale è se l’Europa sia in grado di raggiungere gli obiettivi di “Readiness 2030” con la velocità e l’ambizione necessarie.
UNA SVOLTA STORICA E STRATEGICA
L’European Commission’s White Paper for European Defence – Readiness 2030, mette in evidenza questa sfida: l’Europa deve rafforzare la propria capacità di determinare il proprio futuro ed evitare un’eccessiva dipendenza da sviluppi determinati altrove. Il piano «ReArm Europe» propone di sbloccare fino a 800 miliardi di euro di investimenti nella difesa, sostenuti da nuovi meccanismi quali la Security Action for Europe (SAFE).
Questa trasformazione è già visibile sul campo. Negli ultimi anni la produzione nel settore della difesa è cresciuta in modo significativo, trainata da una nuova ondata di fusioni e acquisizioni, dalla rapida espansione dei comparti munizioni ed elettronica e da procedure urgenti di approvvigionamento pubblico. Tuttavia, i vincoli di capacità restano marcati: dalla carenza di esplosivi e propellenti alla lentezza dei sistemi nazionali di procurement, fino alla scarsità critica di ingegneri qualificati, programme manager e leader operativi.
La EU Defence Roadmap to 2030 mette in luce la profondità strutturale di queste tensioni: decenni di approvvigionamento frammentato e isolati a livello nazionale hanno dato vita a un tessuto industriale disomogeneo, poco adatto alla produzione oggi richiesta.
IL PARADOSSO DELL’APPROVIGIONAMENTO
Forse non esiste tensione più evidente del divario tra la rapidità richiesta dalle ambizioni europee in materia di difesa e il ritmo con cui i sistemi di approvvigionamento sono effettivamente in grado di operare.
Secondo Markus Nakanishi, Partner di Valtus Germania «L’Europa continua ad acquistare equipaggiamenti per la difesa principalmente attraverso sistemi nazionali, creando così tanti mercati di piccole dimensioni anziché un’unica base industriale scalabile. È necessario un cambiamento di mentalità in materia di appalti: l’Europa si aspetta una produzione su scala bellica, ma continua ad acquistare attraverso procedure lente, complesse e fortemente nazionalizzate, anziché ricorrere a procedure di approvvigionamento rapide, standardizzate e congiunte.»
Questa tensione strutturale è ampiamente riconosciuta in tutto il settore. Markus Nakanishi sottolinea anche un ulteriore ostacolo: le aziende del settore della difesa sono riluttanti a investire in modo massiccio in nuove capacità – impianti, fornitori, manodopera qualificata e scorte a lungo termine – in assenza di contratti pluriennali, vincolanti e di dimensioni adeguate, che garantiscano certezza finanziaria. Finché i quadri normativi in materia di appalti non saranno realmente riformati per rispondere all’urgenza della posizione strategica dell’Europa, la crescita industriale rimarrà limitata.
Sviluppare la scalabilità attraverso gli eco-sistemi industriali
L’ondata di consolidamento che sta ridisegnando il panorama della difesa europea è stata particolarmente evidente nei segmenti delle armi leggere, delle munizioni e dei sistemi elettronici: proprio quei settori che assorbono la maggiore domanda in un contesto di guerra. L’integrazione post-fusione è ormai un settore specializzato, che si avvale di team di esperti dedicati per svolgere la due diligence, integrare le squadre e riorganizzare la supply chain in tempi molto stretti.
Anziché affidarsi esclusivamente al consolidamento per raggiungere economie di scala e reattività, l’Italia dimostra come il coordinamento degli ecosistemi possa favorire innovazione e agilità. L’ecosistema a due livelli del Paese – incentrato su grandi appaltatori come Leonardo e Fincantieri, affiancati da una fitta rete di PMI specializzate concentrate in Toscana, Lombardia, Campania e Liguria – ha consentito una rapida prototipazione, un trasferimento tecnologico flessibile e lo sfruttamento di innovazioni a duplice uso in applicazioni sia civili che militari.
Roberto La Caria, Managing Partner di Valtus Italia dichiara: «Il modello industriale italiano della difesa rappresenta un ecosistema unico e dinamico, in cui grandi prime contractor collaborano strategicamente con PMI specializzate, creando un framework di innovazione flessibile che accelera lo sviluppo tecnologico. La forza dell’ecosistema risiede nella sua capacità di facilitare un trasferimento tecnologico fluido attraverso una solida collaborazione pubblico-privato.»
Roberto La Caria ritiene che il ruolo dell’Italia vada oltre i propri confini nazionali: fungendo da ponte tra le grandi potenze europee nel settore della difesa e le nazioni più piccole attraverso iniziative di approvvigionamento congiunto e condivisione tecnologica, l’Italia sta contribuendo a costruire quella base industriale integrata e interoperabile di cui l’UE e la NATO hanno bisogno per garantire la propria prontezza operativa.
La crisi dei talenti
Se gli appalti rappresentano il vincolo più evidente al potenziamento della difesa europea, la carenza di capitale umano qualificato costituisce una sfida forse meno visibile, ma altrettanto importante. Nel settore è piuttosto comune che i tempi di reclutamento per i profili tecnici e operativi di alto livello si estendano dai sei ai nove mesi. Il divario di competenze è più marcato ai vertici: Chief Technology Officer con esperienza dual-use, Programme Director per iniziative di difesa su larga scala, Director of Industrial Operations e supply chain , nonché i responsabili cybersecurity e trasformazione digitale sono tutti figure la cui disponibilità è gravemente insufficiente rispetto alla domanda.
L’industria della difesa francese, che genera circa 30-35 miliardi di euro all’anno ed è sostenuta dalla legge di programmazione militare 2024-2030, che stanzia 413 miliardi di euro per la modernizzazione delle forze armate, ha affrontato questa sfida in modo diretto e con una certa inventiva.
Didier Cohen, Partner di Valtus Francia dichiara: «Il settore della difesa sta passando da un modello basato sull’assunzione di persone esperte solo quando necessario a un approccio fondato sullo sviluppo e sulla retention continua di competenze strategiche al proprio interno. Osserviamo inoltre che sempre più operatori del settore stanno diversificando le proprie fonti di reclutamento, passando dalle tradizionali società specializzate nell’executive search a canali più rapidi per reperire risorse esperte, come i temporary manager.»
Didier Cohen osserva che nel panorama industriale francese si sta delineando una risposta su più fronti: programmi strutturati di mentorship e knowledge capture, academy interne focalizzate su cybersecurity e intelligenza artificiale, e partnership organizzate con università e istituti tecnici. È importante sottolineare che le aziende stanno reclutando attivamente personale da settori affini – automotive, energy, software e telecomunicazioni – e ricorrono all’interim management come meccanismo di intervento rapido per colmare gap di leadership che i cicli lunghi di assunzione non riescono ad affrontare in tempo utile.
Quando la geografia incontra la strategia
Il baricentro geografico della sfida europea alla sicurezza si è spostato verso nord. La regione baltica, oggi strategicamente cruciale, sta ridefinendo priorità e posizionamento degli attori della difesa nordici e dell’Europa settentrionale.
L’Accordo decennale per la difesa della Danimarca (2024-2033), che destina oltre 143 miliardi di corone danesi alla modernizzazione e alla resilienza, riflette l’urgenza di questo momento. Le competenze danesi in sicurezza marittima, protezione delle infrastrutture critiche, cyber-resilienza, sistemi radar avanzati e logistica sono passate dall’essere punti di forza di nicchia a risorse strategiche centrali nella più ampia architettura europea.
Anne Sabroe, Partner di Nordic Interim Danimarca dichiara: «La Danimarca si trova oggi in una posizione unica. Dal punto di vista geografico, politico e industriale, la regione baltica è passata dall’essere importante all’essere strategicamente critica per la sicurezza europea. Ciò che rende la Danimarca particolarmente rilevante non è la scala, ma la specializzazione e l’agilità.»
Anne Sabroe sottolinea, inoltre, come la lunga tradizione danese di stretta collaborazione pubblico-privato e rapidità decisionale consenta una mobilitazione veloce delle competenze tra governo, industria e partner alleati. È inoltre chiaro che la natura della sfida si è ampliata: oggi la difesa riguarda anche la sicurezza delle supply chain, la protezione dei dati e delle infrastrutture e la garanzia della resilienza operativa. È qui che gli specialisti danesi – e sempre più spesso gli interim leader capaci di scalare rapidamente le operations sotto pressione – generano un valore sproporzionato rispetto alla scala nazionale.
L’orientamento della Norvegia racconta una storia parallela di integrazione e specializzazione. «La Norvegia sta allineando strettamente la propria industria della difesa alla NATO attraverso un aumento della spesa militare, l’aggiornamento delle capacità e una partecipazione più profonda a iniziative di procurement congiunto e framework operativi comuni. Le aziende norvegesi sono sempre più integrate nelle supply chain europee, in particolare nei sistemi marittimi, di sorveglianza e di difesa ad alta tecnologia.» sostiene Rolf Henrik Svendsen, Managing Partner di Incepto Executive, Norvegia, che evidenzia inoltre il rafforzamento dell’impegno della Norvegia nei confronti dei meccanismi dell’UE, tra cui il Fondo europeo per la difesa (FED) – un passo significativo per un paese non membro dell’UE – a testimonianza della crescente logica pragmatica dell’integrazione europea in materia di difesa, indipendentemente dallo status formale di adesione.
In questo contesto nordico, la posizione della Finlandia è determinata tanto dalla storia quanto dalla geografia. Nessun paese dell’UE ha un confine terrestre più lungo con la Russia e, di conseguenza, nessuno ha mantenuto un approccio alla difesa altrettanto costante e rigoroso. Sotto la presidenza di Alexander Stubb, la politica estera finlandese ha adottato quello che lo stesso Stubb definisce “realismo pragmatico”: un approccio fondato sui valori, con conseguenze dirette per la strategia industriale della difesa. Lo sviluppo dell’industria della difesa, in passato discusso a porte chiuse, è entrato nell’arena politica e nel dibattito pubblico più ampio.
Questo cambiamento si sta accompagnando a un significativo aumento delle ambizioni: la Finlandia si è impegnata ad aumentare la spesa per la difesa al 3,2% del PIL entro il 2030, sollevando interrogativi urgenti riguardo alle capacità industriali e di capitale umano necessarie per assorbire e tradurre questo investimento in capacità operative. Tuttavia, l’apertura e i finanziamenti da soli non bastano a risolvere le sfide strutturali che le aziende finlandesi del settore della difesa devono affrontare.
Niklas Björkman, Managing Partner di Nordic Interim Finlandia osserva: «Lo sviluppo dell’industria della difesa è oggi più trasparente e le alternative vengono discusse sia in ambito politico sia all’interno del settore stesso. Lo sviluppo e la crescita di un settore altamente regolamentato, spesso dipendente da ordini pubblici di ampia portata, non sono ovviamente compiti semplici. Come si possono costruire le capacità industriali prima che arrivi un ordine di acquisto? Come si possono coinvolgere con sufficiente anticipo le competenze, ad esempio i responsabili PMO o gli esperti di supply chain. La flessibilità nella gestione delle risorse è essenziale, così come lo sono controlli di sicurezza rigorosi per il personale chiave.
Il settore della difesa è caratterizzato dall’ambizione e dalla complessità normativa, nonché, sempre più, dalla necessità di figure in grado di tradurre le intenzioni strategiche in capacità operative all’interno di ecosistemi vincolati e sensibili sotto il profilo della sicurezza.
Europa orientale: la vicinanza come motore di sviluppo
Il fianco orientale dell’Europa è stato particolarmente esposto alle pressioni che stanno guidando il riarmo. Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania e Paesi baltici – molti dei quali confinanti o molto vicini al conflitto attivo in Ucraina – si stanno muovendo più rapidamente e con maggiore intensità rispetto alle controparti occidentali.
Bohuslav Lipovsky, Co-founder & Managing Partner di CE Interim, Slovacchia commenta:
«Il potenziamento della difesa nell’Europa orientale sta accelerando soprattutto per effetto della vicinanza all’Ucraina. Ma la vera sfida, oggi ancora sottovalutata, è la rapidità: sviluppare nuove capacità, rafforzare quelle esistenti e portare sul mercato soluzioni per la difesa prima che le esigenze operative siano già cambiate.»
Inoltre, Bohuslav Lipovsky richiama l’attenzione su un asset ancora poco valorizzato: l’eredità industriale della difesa dei Paesi dell’Europa centrale e orientale. Stati come Cecoslovacchia, Polonia, Bulgaria e Romania erano un tempo esportatori significativi di equipaggiamenti militari in Medio Oriente, Africa, Asia e America Latina. Riattivare e modernizzare quella capacità industriale, oggi parzialmente inattiva, collegandola alle supply chain contemporanee della NATO e dell’UE, rappresenta una delle opportunità più rilevanti e ancora inespresse per la difesa europea. La sfida, secondo Lipovsky, è soprattutto una questione di velocità: l’ambiente operativo non aspetterà che la base industriale recuperi il ritardo.
Verso il 2030 e oltre: cinque imperativi
Guardando al futuro, emergono cinque priorità particolarmente decisive per il settore europeo della difesa.
Trasformazione degli approvvigionamenti
Senza contratti pluriennali comuni e vincolanti, capaci di offrire all’industria la fiducia necessaria per investire nella capacità produttiva, la produzione europea nel settore della difesa continuerà a essere limitata. La European Defence Readiness Roadmap 2030 evidenzia come appalti più rapidi, standardizzati e transnazionali non rappresentino più soltanto un obiettivo di lungo periodo, ma una necessità concreta per rafforzare la capacità industriale e operativa dell’Europa.
Integrazione industriale
L’ondata di M&A che sta ridisegnando il settore della difesa crea opportunità concrete per la costruzione di ecosistemi industriali su scala europea. Per trasformare queste opportunità in risultati, tuttavia, servono leader esperti, capaci di operare in contesti complessi e multinazionali, gestendo processi di integrazione, crescita e trasformazione in tempi sempre più compressi.
Capitale umano
Il talento determinerà in ultima analisi la rapidità con cui le ambizioni si tradurranno in risultati. Interim management, recruitment cross-industry e academy interne per lo sviluppo delle competenze stanno diventando sempre più centrali per sostenere il momentum del settore: non come soluzioni temporanee, ma come autentici strumenti strategici.
Sovranità tecnologica
Dalla cybersecurity all’intelligenza artificiale, dai droni ai sistemi autonomi, l’Europa sta investendo in tecnologie destinate a ridefinire la natura stessa della difesa. Ridurre la dipendenza da attori non europei per capacità critiche è ormai una traiettoria ampiamente condivisa tra gli Stati membri e rappresenta una delle condizioni essenziali per rafforzare l’autonomia strategica del continente.
Resilienza più ampia
Come evidenzia l’analisi di KPMG sulla prontezza difensiva dell’UE, la difesa del prossimo decennio si estende ben oltre il campo di battaglia. Coinvolge il cyberspazio, le supply chain, le infrastrutture critiche e la capacità dei sistemi economici e sociali di resistere a shock prolungati. Una collaborazione più stretta tra istituzioni pubbliche, industria privata e società civile sarà parte integrante della risposta.
Il prossimo capitolo
I prossimi 25 anni della difesa europea non saranno definiti solo dal volume degli investimenti, ma dalla qualità dell’integrazione: tra sistemi di procurement, ecosistemi industriali, capacità nazionali e pipeline di capitale umano. La portata della sfida è considerevole. Ma la volontà strategica, l’impegno finanziario e la capacità industriale per affrontarla sono, per la prima volta in una generazione, realmente presenti in tutto il continente.
Per le organizzazioni che operano nel settore della difesa o nei suoi ambiti adiacenti, questo momento richiede una leadership esperta, capace di scalare le operations, gestire la complessità ed eseguire sotto pressione: oltre i confini nazionali, tra discipline diverse e all’interno di un settore in trasformazione strutturale sempre più accelerata.
Fonti:
European Commission, Readiness Roadmap 2030, Ottobre 2025
KPMG, Beyond Deterrence: Reimagining Defence Readiness, Innovation, and Strategic Autonomy for 2030 and Beyond in the EU, Gennaio 2026
European Defence Agency (EDA), Defence Data 2024-2025, 2025
European Commission, Whitepaper for European Defence – Readiness 2023, Marzo 2025
